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PASSATO

Una scuola d’arte per la Sardegna

L’Istituto d’Arte di Sassari è la più antica scuola artistica della Sardegna; raccontarne la storia vuol dire raccontare la storia di una parte non piccola dell’arte e degli artisti sardi. La sua fondazione, nel 1935, fu vissuta come una conquista, e tale fu veramente per un’Isola che era stata a lungo priva di tradizioni nella pittura e nella scultura, ma che ai primi del Novecento aveva conosciuto un improvviso e vivace risveglio in questo campo. Nelle aule dell’Istituto sono passati, in qualità di docenti o di allievi, artisti come Filippo FigariStanis DessyEugenio TavolaraMauro MancaSalvatore Fara, Gavino TiloccaCostantino SpadaLibero MeledinaGiuseppe Magnani. Attraverso di loro la scuola ha vissuto da protagonista la stagione del realismo degli anni Trenta e Quaranta, la riscoperta dell’artigianato popolare negli anni Cinquanta, lo sperimentalismo e la progettualità degli anni Sessanta e Settanta. Negli ultimi decenni, che hanno visto l’istruzione artistica trasformarsi da strategia per creare pittori e scultori a momento di formazione di tecnici dell’immagine, l’Istituto ha sviluppato le metodologie progettuali e ha affrontato la sfida delle nuove tecnologie. La mostra rispecchia questo sviluppo, presentando nella prima parte (1935-1969) un percorso cronologico incentrato su opere e personalità, nella seconda (dal 1970 a oggi) un’esposizione imperniata su metodi, tipologie, indirizzi di lavoro. La prima parte è un archivio emozionante e ricco di sorprese; la seconda è, come vuole essere oggi la scuola, uno stimolante laboratorio di idee e di esperienze.

L’accademia di Figari e Dessy

Nel 1934, il pittore Stanis Dessy organizza un corso comunale d’Incisione nei locali di un istituto tecnico, la Scuola di Tirocinio d’Arti Edili e Fabrili: i risultati sono così brillanti da convincere il governo a trasformare la scuola tecnica in scuola d’arte, e più tardi, nel 1940, a promuoverla ad Istituto d’Arte. Il primo direttore è Filippo Figari, uno dei pionieri del movimento artistico sardo d’inizio secolo; tra gli insegnanti ci sono lo stesso Dessy e lo scultore e designer Eugenio Tavolara; poco dopo arrivano l’architetto Vico Mossa, l’intagliatore Pasquale Tilloca, il creatore di mobili Enrico Clemente. Figari – che resterà al timone fino al 1958 – concepisce la scuola come una piccola accademia di Belle Arti. Come nella disciplina accademica tradizionale, il disegno è alla base di tutto: gli studenti si esercitano a copiare calchi di statue classiche (l’Istituto ne possiede una ricca collezione), oggetti e animali impagliati; imparano l’anatomia e ritraggono modelli dal vivo. Questo tipo di insegnamento, decisamente orientato verso il realismo, è però abbastanza libero da permettere la formazione di talenti diversi tra loro come quelli di Costantino Spada, Libero Meledina, Giuseppe Magnani e Salvatore Fara.

Il corso d’incisione

Il corso d’incisione di Stanis Dessy è uno degli insegnamenti chiave fra gli anni ’30 e i ’50. Le principali tecniche insegnate sono: La xilografia: il disegno viene inciso su una tavola di legno (in greco xylon) con la sgorbia (un coltellino a lama ricurva) o col bulino (uno strumento appuntito). Si stende l’inchiostro sul legno con un rullo: le parti scavate restano bianche, quelle in rilievo vengono inchiostrate. Si procede quindi alla stampa per mezzo del torchio. L’immagine che si ottiene è il negativo di quella incisa sul legno. L’acquaforte: si ottiene ricoprendo di uno strato di cera una lastra di metallo, e poi incidendo il disegno sulla cera con punte di vario spessore. La lastra viene immersa in un bagno di acido (in latino aqua fortis) che corrode il metallo in corrispondenza dei solchi lasciati dalle punte. Si passa poi all’inchiostratura e alla stampa; il segno che si ottiene è nitido e sottile. La vernice molle: la lastra è coperta con una vernice grassa, a sua volta coperta da un foglio di carta sul quale si traccia il disegno a matita. Il segno della matita si trasferisce dalla carta alla lastra. I solchi ottenuti col bagno d’acido sono più morbidi di quelli dell’acquaforte.

Tradizione popolare e creazioni moderne

Nella prima fase della scuola, recupero della tradizione popolare e creazione moderna vanno di pari passo. Si studia l’artigianato sardo per salvaguardarne le tecniche, che la cultura di massa minaccia di far scomparire per sempre; e al tempo stesso si realizzano mobili, oggetti e decorazioni di gusto contemporaneo. Sotto la direzione di Figari si creano arazzi di sapore antico e sedie che riprendono il modello delle sedie sarde tradizionali, ceramiche sull’esempio di quelle di Assemini e di Oristano (a capo del laboratorio di ceramica è tra il 1952 e il 1958 Giuseppe Silecchia) e intagli in legno ispirati alle zucche incise e alle cassapanche dei pastori; ma anche arredi “Novecento” e poi di gusto anni Cinquanta, scacchiere e giocattoli dalle linee stilizzate, contenitori in metallo di forma essenziale. Mentre Figari tende a tenere distinti i due ambiti “popolare” e “moderno”, Tavolara (che è anche il fondatore dell’ISOLA, l’Istituto Sardo per l’Organizzazione del Lavoro Artigiano e il vero padre dell’artigianato sardo moderno) sceglie la via della mescolanza e della contaminazione. Nei lavori eseguiti sotto la sua guida, l’ingenuità popolare diventa spesso stilizzazione e semplificazione moderna, come in alcune delle ceramiche e degli intagli in legno qui esposti.

L’Istituto d’Arte e la città

La prima scuola d’arte della Sardegna, per lungo tempo punto di raccolta di talenti da tutta l’Isola, è anche una scuola fortemente legata alla città di Sassari. Lo testimoniano i tanti incarichi che riceve da enti e istituzioni pubbliche: la sistemazione dell’atrio dell’Università (1940), gli arredi del Tribunale e il crocefisso per la Corte d’Assise (1938-40), le porte del Duomo, la decorazione dei locali della Federazione Commercianti, quella dell’Istituto Giuridico dell’Università, ecc.. Ma l’amore per la città di Sassari si riflette anche in altri aspetti dell’attività della scuola: diretti da Vico Mossa, gli allievi realizzano una straordinaria serie di rilievi architettonici di monumenti e altari lignei delle chiese cittadine; guidati da Stanis Dessy, che li porta a disegnare all’aperto, ritraggono scorci di vie, piazze e giardini. Un affettuoso omaggio alla “sassareseria”, e insieme un esempio di collaborazione tra i docenti della scuola, è lo stipo in legno con l’immagine della festa cittadina dei Candelieri: progettato da Figari, intagliato da Tilloca, è ornato da un rilievo disegnato da Mossa e ha le maniglie – disegnate da Enrico Clemente – a forma di giocca minuta (lumachine), il popolare cibo dei sassaresi.

Da “accademia” a centro di sperimentazione: gli anni di Mauro Manca (1959-1969)

Nel 1959, l’arrivo alla direzione del pittore Mauro Manca, sostenitore dell’arte d’avanguardia, segna una rivoluzione per l’Istituto, che diventa un centro attivissimo di sperimentazione. Manca si circonda di giovani artisti: Antonio Atza, Paolo Bullitta, Zaza Calzia, Aldo Contini, Salvatore Coradduzza, Paola Dessy, Nino Dore, Giuliana Fanelli, Angelino Fiori, Vincenzo Marini, Nicolò Masia, Giovanna Secchi; coinvolge alcuni dei docenti già attivi nella scuola, come Tavolara, Mossa, lo sbalzatore Marcello Carta; chiama un maestro della ceramica come Gavino Tilocca. Avvia quindi una vera e propria riforma interna: nel Disegno dal Vero sostituisce la copia dal modello con esercitazioni libere; unisce alla Decorazione Pittorica una sezione di Serigrafia, collegata al laboratorio di Tessitura; indirizza il laboratorio di Legno verso lo studio dell’ambiente arredato e quello di Metalli verso l’oreficeria. Una ventata d’aria nuova attraversa le aule, in cui l’attività continua ben oltre l’orario scolastico: la scuola diventa un grande laboratorio dove gli insegnanti hanno anche i propri studi, e dove si discute incessantemente. Gli studenti scoprono con entusiasmo i maestri dell’avanguardia, studiano la pittura astratta ed informale, ma s’ispirano anche – sull’esempio di Manca – alla preistoria sarda, rivisitata con uno spirito che oggi diremmo surrealista.

Progettualità e sperimentazione

Sotto la guida di Manca, l’Istituto abbandona l’impostazione tradizionale, “di bottega”, per un insegnamento basato sul progetto e sulla produzione in serie. La nuova attenzione alla realtà urbana e industriale si riflette nei lavori di questo periodo: geometrie optical, contrasti di colori artificiali, giochi di bianco-nero, uso della fotografia. Il rapporto con il mondo contemporaneo si coglie anche nel clima d’impegno sociale che pervade la scuola, una delle più politicizzate negli anni delle rivolte studentesche. Ma non si perde di vista neanche la dimensione artigiana, che in Sardegna continua a rappresentare un’importante realtà produttiva. L’intento è creare dei moderni “designer per l’artigianato”: un obiettivo perseguito anche attraverso la collaborazione con l’ISOLA, l’ente sardo per l’artigianato. Rimasta senza guida dopo la morte di Tavolara, l’ISOLA affida a Manca la direzione delle mostre dell’Artigianato Sardo del 1966 e del 1968, e tutta la scuola, docenti e allievi, partecipa al lavoro. La Biennale ISOLA del 1968 è l’ultima uscita pubblica dell’Istituto durante la direzione di Manca: l’artista morirà l’anno dopo, lasciando in eredità alla scuola la sua lezione di metodo, ma anche il suo esempio di libertà.